a cura di Padre Giuseppe Sinopoli

 

 

                                                                                                                                                                                 fotogallery

                                                                                                                                                                                video

L’attività apostolica cappuccina

 

 

Sulla scia di Francesco

 

«Il Figlio di Dio è stato inviato nel mondo dal padre nella condizione umana per portare il lieto annunzio ai poveri, per guarire i contriti di cuore, per annunziare la liberazione ai prigionieri e restituire la vista ai ciechi»1.

 

E’ in queste parole la sorgente delle attività apostoliche che san Francesco ha trasmesso ai suoi frati, i quali devono ricercare con appassionato abbandono la conformazione a Cristo crocifisso e risorto in tutto quello che ha detto e ha fatto.

 

Per i frati lavorare non significa altro, infatti, che continuare la missione di Cristo nella Chiesa e nel mondo, in nome e per la potenza dello Spirito santo.

 

E anche se il Poverello di Assisi al capitolo IX della Regola sottolinea la necessità e l’urgenza dell’evangelizzazione - che comunque dev’essere autorizzata e servita con competenza, ricorrendo a «parole ponderate e caste, a utilità e a edificazione del popolo, annunciando ai fedeli i vizi e le virtù, la pena e la gloria con brevità di discorso, poiché il Signore sulla terra parlò con parole brevi»2 -; e al capitolo XII indica come campo di apostolato le missioni in cui possono essere impegnati solo i frati ritenuti «idonei ad essere mandati»3, nondimeno incoraggia gli altri frati - senza però spegnere «lo spirito della santa orazione e devozione, al quale devono servire tutte le altre cose temporali»4 - ad altre forme di lavoro, come quello del lavoro manuale «quale si conviene all’onestà»5 e del «ricorrere alla mensa del Signore, chiedendo l’elemosina di porta in porta»6, qualora non venisse data la ricompensa; del prendersi «sollecita cura per le necessità dei malati e per vestire gli altri frati»7; e dell’andare a fare penitenza8.

 

E’ un’attività a 360 gradi, sia per quanto riguarda la vita fraterna dentro le mura del convento che per quanto riguarda la vita nel mondo. Tale attività, per conservare la sua freschezza e la sua incisività ed essere veramente profetica, ha bisogno di camminare costantemente accanto all’uomo, sentirne il respiro, le problematiche, le ansie, la fatica, le speranze, ed aiutarlo ad aprire il suo cuore all’amore di Dio e dei fratelli e al rispetto del creato.

 

 

L’attività apostolica nel convento

 

Onde prepararsi come si conviene all’attività apostolica nel mondo, i frati cappuccini, fin dai primi passi, hanno cercato di impegnarsi con genuino spirito discepolare nell’attività della vita fraterna all’interno delle mura conventuali, convinti che ambedue le attività fossero fortemente legate fra loro: per cui il fallimento dell’una inevitabilmente avrebbe significato l’imperfezione dell’altra.

 

Da qui l’impegno concreto dell’animo di porsi ogni giorno in atteggiamento di attento e docile ascolto della Parola di Dio, personificata nell’imitazione del Cristo povero, casto e obbediente, maturando una sempre più radicale conversione del cuore che apra all’esperienza fecondante della preghiera e della penitenza, culminante nel riscoprirsi dono totale a Dio e ai fratelli, arrecando ovunque gioia e speranza, e diventando lievito di rinnovamento e stimolo di creatività.

 

In ogni ora della giornata, scandita da apposito orario, anche i frati cappuccini del nostro convento erano intenti all’adempimento dei doveri, vivendoli insieme, con un cuore solo ed un’anima sola. Così come Francesco ha insegnato in parole ed in opere.

 

Fondamentale importanza si dava alla preghiera e alla meditazione personale e comunitaria, di notte e di giorno. D’altra parte, come si poteva vivere in comunione con i fratelli e l’intero creato se non vi fosse stata la comunione con Dio?

 

Molto vivo era anche lo spirito penitenziale. Oltre alle tre quaresime annuali, ci si cementava in penitenze comunitarie - come il silenzio rigoroso, il mangiare pane ed acqua, il mangiare in ginocchio, il fare la disciplina - e personali, sempre assunte con il permesso dei Superiori onde evitare eccessi di entusiasmo che avrebbero potuto procurare danni alla stessa persona.

 

I frati, oltre alle scienze teologiche e profane, imparavano anche varie arti, come quella del sarto, del falegname, del barbiere, del cucinare, del contadino, del rilegare i libri. Il tutto con intenso amore, gioia, semplicità e perfetta letizia. Proprio come san Francesco.

Man mano che il frate, dal più giovane al più anziano, s’inoltrava in questo cammino di perfezione, la vita fraterna acquistava splendore e credibilità, mentre un senso di pace e gioia ne inebriava l’animo, fecondando di stima e venerazione i sentimenti del popolo. Il quale andava orgoglioso dei suoi monaci - come amava chiamarli e come tuttora continua a chiamarli - condividendo con loro il frutto del loro lavoro e, non rare volte, ponendosi in comunione spirituale quando la campana annunciava che i frati andavano in Coro a lodare il Signore.

 

Il convento di Chiaravalle Centrale ha contribuito alla formazione di numerosi religiosi; di alcuni di essi il ricordo è ancora fresco. Menzioniamo, fra tutti, il Ven. padre Antonio da Olivadi, che qui ha bussato per domandare di intraprendere la vita cappuccina; padre Modesto Concetto Fera da Chiaravalle Centrale, che ha riscattato all’asta il convento; padre Giuseppe da Cardinale; padre Bernardo da Petrizzi, il restauratore dell’attuale Chiesa; padre Modesto da San Vito sullo Ionio; e poi: fra Giuseppe da Soverato; padre Anselmo Maria da Monteleone (oggi Vibo Valentia); padre Anacleto da Melicucco; fra Fortunato da Platania; fra Bonaventura da Caraffa del Bianco; padre Remigio da Cropani; padre Isidoro da Catanzaro; padre Geremia da Sinopoli; padre Consolato Francesco Grilletto da Reggio; e fra Michele Galati da Montepaone. Frati questi che, assieme a tanti altri, hanno qui appreso ed esperimentato la Regola e la vita dei frati minori, e cioè: «osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla in proprio e in castità»9.

 

 

L’attività apostolica nel mondo

 

«San Francesco, per divina ispirazione, comprese di essere stato inviato a riformare gli uomini in novità di vita.

 

Iniziando, perciò, una nuova forma di vita evangelica, egli stesso, pur non essendo più del mondo, rimase tuttavia nel mondo e volle che anche la sua fraternità vivesse e operasse tra gli uomini, per testimoniare con l’opera e la parola il messaggio della conversione»10.

 

Sedotti dall’esempio di Francesco d’Assisi, anche i frati, sia sacerdoti che laici, del nostro convento hanno cercato di calcare le stesse orme del Maestro, Gesù Cristo, ordinando a Lui ogni espressione del loro ministero e stando bene attenti a servirla nelle particolari peculiarità del carisma francescano-cappuccino.

 

Essi si proponevano al mondo come lievito evangelico, in modo che la gente, vedendo la loro vita fraterna vissuta nello spirito delle beatitudini, percepissero chiaramente che il Regno di Dio era già in mezzo a loro.

 

Ai sacerdoti appariva buona ogni occasione per annunciare, celebrare e testimoniare la Parola di Dio nella carità, sorgente di pace e bene e di perdono: missioni al popolo, quaresime, feste liturgiche, esercizi e ritiri spirituali.

 

Grande disponibilità hanno sempre manifestato i frati alla Chiesa locale, accettando la condivisione pastorale della Chiesetta dei Pilati, del Sacro Cuore, della Cappella Spasari in Pirivoglia, del Cimitero e della zona pastorale dell’Arazzona.

 

Inoltre, essi assicuravano la cura spirituale alle Suore Immacolatine, agli infermi, specie quelli del sanatorio; e l’assistenza all’Ordine Francescano Secolare, alla Gioventù francescana e agli Araldini. Ed i fratelli laici non erano da meno con la parola e con l’esempio ed andando per i paesi a fare la questua.

La loro affabilità nell’avvicinare e nel conversare con le persone era talmente gradevole che riusciva quasi sempre ad aprire il loro cuore, riversandovi tanta consolazione ed edificazione. E non era raro il caso di vedere nei giorni di festa queste medesime persone convenire alla nostra Chiesa per accostarsi al sacramento del perdono e sedersi alla mensa della Parola e del Pane.

 

Come era edificante vedere i nostri fratelli laici, sotto il caldo torrido o la pioggia battente, tra il freddo pungente o sul bianco tappeto nevoso, sempre a piedi scalzi e con la bisaccia sulle spalle, tendere la mano per un pezzo di provvidenza da portare ai frati ed ai loro poveri, che in buon numero ogni giorno si presentavano alla porta del convento.

 

Tra gli altri, ricordiamo, fra Giuseppe da Cardinale, Fra Serafino da San Vito sullo Ionio, fra Bonaventura da Caraffa del Bianco, fra Fortunato da Platania, fra Bernardo da Reggio Calabria, fra Raimondo da Sambiase, fra Angelo Currà d’Arzona, fra Michele Galati da Montepaone.

 

Se il convento è cresciuto nella stima e nella venerazione del popolo, il merito è anche di questi angeli di carità.

 

Padre Giuseppe Sinopoli

 
NOTE

 1 Costituzioni dei frati Minori Cappuccini, Roma 1990, 144.

2 Regola Bollata (1223), 4-6: in AA. VV. (a cura), Fonti Francescane (= FF), Padova 19823, 99.

3 Regola Bollata, 3: FF, 107.

4 Regola Bollata, cap. V, 3: FF, 88.

5.Testamento (1226), 24: FF, 119.

6Testamento, 26: FF, 120.

7 Regola Bollata, cap. IV, 3: FF, 87.

8 Cfr. Testamento, 32: FF, 123.

9 Regola Bollata, cap. I, 2: FF, 75.

10 Costituzioni..., 98.